giovedì 7 luglio 2011

PAMPLONA ... OLE'!!!

Lasciamo solo per un attimo l'Italia per la ... Spagna!!! In particolare nella regione Navarra a Pamplona, per la tradizionale festa di "San Fermìn" (6-14 luglio) con la sua ancora più famosa "corsa dei tori".



È la mattina del 6 luglio e nonostante sia quasi mezzogiorno a Pamplona, città spagnola della Navarra, regnano un silenzio e una calma quasi irreali, che di sicuro non appartengono a questo colorato e pittoresco centro storico. Poi d’improvviso un boato squarcia la tranquillità e come lo scrosciare dell’acqua di una cascata le vie cittadine si riempiono di grida ed eccitazione di tanta gente, di milioni di persone. È il chupinazo, il razzo sparato dal balcone del Municipio che inaugura Los San Fermines, 8 giorni di festa che Pamplona dedica al proprio Patrono. Fino al 14 luglio - tutti giorni e a tutte le ore - non manca occasione per fare baldoria, cantare, ballare e soprattutto divertirsi come solo gli spagnoli sanno fare. Le strade si riempiono di giganti e “testoni” (cabezudos) che sfilano incantando adulti e bambini e la città è un unico volto sorridente che accoglie chiunque vi arrivi.

Il primo chupinazo è solo l’inizio di una celebrazione interamente scandita dall’esplosione di un razzo a cui gli abitanti sanno bene quale significato dare: a partire da quello del mattino dopo, il 7, quando alle 8 in punto un altro colpo sparato sostituirà all’allegria l’adrenalina di un attimo da vivere senza esitazioni. È l’ora dell’encierro, momento clou della feria di Pamplona, meglio conosciuto come la corsa dei tori.

L’antica festa di origini medioevali ben presto unì gli elementi religiosi in onore di San Fermín a quelli della fiera commerciale e della corrida, così che un’esigenza pratica - il passaggio dei tori nelle vie del centro fino alla Plaza de los toros per lo spettacolo di tauromachia - si trasformò in uno degli spettacoli più emozionanti e avvincenti al mondo: chi non vorrebbe vedere almeno una volta la folle corsa dei mozos (i corridori) con i caratteristici abiti bianchi e rossi inseguiti da una mandria di tori per 825 metri, dal recinto di Santo Domingo fin dentro all’arena?

Tutto dura pochi minuti - forse una vita per chi partecipa - e incomincia con il suggestivo rito propiziatorio della benedizione del Santo: rivolti all’immagine del Patrono sulla salita di Santo Domingo i mozos, con il giornale che utilizzeranno per difendersi dai tori rivolto verso il cielo, cantano all’unisono "A San Fermín pedimos, por ser nuestro Patrón, nos guíe en el encierro, dándonos su bendición" quindi “Viva San Fermín!” e “Gora San Fermín!” (in euskera), per tre volte fino alle 8. Poi lo sparo del razzo e l’apertura del recinto. Il secondo botto vuol dire che tutti i tori sono fuori, il terzo che sono arrivati nell’arena, il quarto che sono stati rinchiusi e che l’encierro è terminato. Almeno per oggi, perché domani si rincomincia.

La festa riprende come se nulla fosse - se si tralasciano i feriti che si contano quasi in ogni corsa - fino al pomeriggio quando i 6 tori prescelti, quelli dell’encierro, se la dovranno vedere con i toreri della corrida. Quest’ultima offre uno spettacolo nello spettacolo con le invettive delle peñas (comitive di giovani) dall’irriverente ilarità e le scanzonate sarabande.

Sarebbe sbagliato considerare l’encierro solo come i 3/4 minuti di follia collettiva dove la gente scappa rincorsa da possenti animali cornuti, in realtà la delicatezza dell’evento richiede che ogni particolare sia al proprio posto: chi partecipa non è - ed è vietato se non è così - uno sprovveduto ma un atleta che si è preparato per un anno; insieme ai 6 tori della corrida dal recinto escono anche cosiddetti “buoi mansueti” che hanno il compito di guidarli fino all’arena e la mandria di “coda” per impedire che qualcuno rimanga indietro. Ci sono poi i pastori che controllano non ci sia una pericolosa inversione di marcia nel percorso e i dobladores che aiutano una volta arrivati al traguardo i corridori a disporsi a ventaglio e facilitano l’ingresso delle mandrie.

E c’è tanto altro da dire e da vedere fino ai 12 rintocchi del 14 luglio quando, alla luce di candele nella Piazza del Municipio, si saluta all’anno prossimo la festa di San Fermín; ma le parole non bastano, e forse neanche l’esserci stati solo una volta.
(tratto da "La Stampa").


Da non perdere!!!


Alla prossima, Lian!

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